Storia romana – Ep. 1/2 – Il rinvio

Non riesco a liberarmi. Ho gli occhi inchiodati a quel foglio bianco da una decina di minuti. Vorrei girare la testa,guardare altrove,ma non ci riesco. I miei occhi sono caduti vittima di un incantesimo che li ha condannati a leggere per l’eternità la frase stampata sul foglio appeso in bacheca.

I miei occhi rimangono lì, mentre la mia mente se ne va.  Fa dei passi indietro, tra gli istanti infanti di questa giornata appena cominciata.
Quattro ore fa mi sono alzato. Dovevo assolutamente svegliarmi presto. Ieri sera ho impostato ben 5 sveglie: una alle 04.45, una alle 04.50, 04.55, 04.57, 05.00 . Dovevo svegliarmi per ripetere. Però, appena mi sono infilato nel letto, ho disattivato la sveglia delle 04.45, pensando che le altre quattro sarebbero state più che sufficienti.

La notte non ho dormito granché. Un po’ agitato dall’ansia pre-esame, mi sono girato e rigirato nelle coperte per tutto il tempo. La gola mi bruciava. Di tanto in tanto, vivevo frammenti di sogno che duravano un battito di ciglia.

E’ suonata la prima sveglia. Ho premuto “stop”. E’ suonata la seconda e così via. Sono rimasto nel letto. “Ora mi alzo” mi sono detto. Una voglia di girarmi dall’altra parte e abbandonarmi nuovamente tra le braccia di Morfeo, mi ha pervaso. Un pensiero bello, caldo e accogliente. Ma una brezza di forza di volontà inedita ha fatto si che io mi tirassi su dal letto.
Presa la mia sacca, sono andato in cucina. Ho acceso la luce e mi sono seduto al tavolo di legno al centro della stanza. Dalla sacca ho tirato fuori i miei appunti di storia romana. “Maledetto esame” ho bisbigliato. Ho cominciato a ripetere, riprendendo da dove avevo lasciato la sera prima – Nerone al potere.
“Questo non lo passo, cazzo ci sto a fare sveglio a quest’ora, cazzo?”. La frase ha riecheggiato nella mia mente per la prima ora di studio. Verso le 6, ormai, mi ero rassegnato all’idea di dover andare a fare la mia letamica figura davanti alla professoressa.

Alle 7 si è alzata mia madre. Mi sono fatto preparare una tazza di latte caldo. Consumato in fretta, mi sono poi preparato e precipitato in stazione. Il treno è arrivato puntualissimo. Nella mia mente, mentre attendevo, si era combattuta una guerra: un lato di me che diceva “sali in treno e continua a ripetere” contro un altro lato del mio essere che diceva “dai, fin quando toccherà a te entrare, avrai tempo a sufficienza per studiare”. Una volta salito in treno e preso posto, ho scelto la seconda opzione e sono crollato, avvolto dal sonno che, come un cellophan mi ha sigillato, tenuto fuori da tutto il resto. Ho riaperto gli occhi che ero a Bari.

E…ed eccomi qui, davanti alla bacheca del dipartimento, a leggere un avviso che mi notifica l’avvenuto spostamento dell’esame. Ora, dentro di me c’è un nuovo conflitto: una parte che, in nome delle ore di sonno perse, piange lacrime amare per questo rinvio. E un’altra parte che sta ringraziando ogni santo che conosco in ordine alfabetico.

In stazione, cazzo. Voglio tornarmene a casa.

Tony Musicco

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Tenebre e stelle

Ma perché stanotte è andata così? Abbiamo perso tempo a piantare rose nella terra, trascurando i germogli del nostro amore nel nostro cuore. E ora? Il fiore di quel sentimento sporco e lucido non ha attecchito e le sue radici non si faranno spazio tra aorte e ventricoli.

Che nottata buttata via, tra clacson squillanti e gli occhi della disillusione, che ci ha osservato, chiedendo amore per sé, da noi che questa sera abbiamo omesso quel sentimento ruvido e peloso. Lei ci ha guardato, noi non l’abbiamo fatto. Chi è senza amore ha guardato chi ce l’ha e lo butta via.

Che notte buttata. Le parole mi sfuggono di bocca. Non riesco a dirti nulla, perché mi hai fatto scivolar giù l’anima. Abbiamo sprecato tenebre e stelle. E non sappiamo il perché.

Tony Musicco

L’ultima notte di Ilaria

Occhi bruni. Pelle fintobianca. Che mi arriva oggi? Uno stormo di cerchi che mi strazia.

Rosso fuoco urlano i pesci nell’anima. Sguardi regali mi sorridono. Ma io non so cosa rispondere. Che dico? Che scrivo? Il diavolo mi carezza la spalla.

Voglio fumare perfidia. Ma come posso se voglio essere puro?

Ho un tumore rosso nel cuore. Un fiore si innalza dalla mia anima, privandomi dell’acqua della vita.

La luna sorge nel mio profondo. Rose notturne piangono nel mio cuore, che smette di battere.

Saluto questa notte con un’ilarità sorprendente, sconosciuta ma nota alla mia anima. Il cielo è spoglio, senza lanterne.

Fiamme e suono.

Addio, capelli.

Tony Musicco

A come cuore

Benvenuto. Ti do il mio benvenuto nel mio petto. Fammi sentire cosa si prova a farsi trafiggere dal freddo della notte. Fammi sentire che si prova quando ti piove dagli occhi.

Dammi da fumare vischio, perché stasera va così. Io odio, io giudico, dico, parlo. Non sono d’accordo con quello che dici, ma… non ti lascerò parlare. Dì pure la tua, l’importante è che sia la mia.

Rosso è il mio cuore, con una “A” distorta tatuata sopra. Io sono “A” dentro. Tutto va definito senza definizioni.

Piove dagli occhi. Ora so cosa si prova. Sento aria entrarmi nel petto. Hai lasciato la porta del mio cuore spalancata. La “A” non c’è più. E’ come se il vento l’avesse portata via.

“Stolto!” mi dici. E che colpa ne ho io se ho scelto il sentiero dello scarafaggio? Piccolo e nero, mi muovo fra il mondo degli insetti e quello degli uomini, tra due mondi paralleli, diversi per dimensioni, ma uguali dentro. “Dentro cosa?” “Dentro”.

L’altra notte un’auto rosa s’è parcheggiata di fianco alla mia. Sono sceso e mi sono avvicinato. Dall’auto rosa è sceso un gatto. Mi ha guardato. Aveva una voglia all’altezza del petto. Come una sorta di “A”. Era rossa. Appena l’ho vista, ho pianto. E ha cominciato a piovere.

Il cancelliere di Downtown – Ep 1

Le 01.30. “Troppo presto” mi dico. Ho voglia di un’altra birra. Ma dove sono? Questo lato della città non lo ricordo. Vedo un tizio con una maglietta dei Nirvana.

«Scusa, ma dove siamo?»

«Sulla luna». Stronzo. Che ci sarà poi di strano a chiedere ‘dove siamo’? Lo stronzo è ormai ad una decina di metri da me. Voglio andargli dietro. Chissà dove va. Lo vedo infilarsi in un locale che non ho mai visto. Ma dove cazzo sono? Entro anch’io.  Un Irish pub. Appena entrato, Roadhouse Blues dei Doors sparata a palla, arriva a stordirmi la mente. “Cos’è, il festival delle banalità?” penso.  “Un tizio con una maglia dei Nirvana che entra in un locale per alternativi del cazzo, con in sottofondo i Doors?”. Io qui non ci sono mai stato. Il che è strano. Sono sicuro di essere stato in tutti i locali della città almeno una volta. Una certa ansia mi sale. Dove sono andato a finire? Mi avvicino al bancone. Faccio una gran fatica a mettermi su uno sgabello di legno. Ho paura di cadere. Ma quanto ho bevuto? Dall’altra parte del bancone c’è un sosia di Lemmy Kilmister.  Cazzo, è uguale! Mi guardo attorno: i tavolini sono pieni di gente. Alternativi. Prevedibile. Lemmy mi guarda. Non dice nulla.

«Una bionda media» gli dico. Lui prende un bicchiere. Mi versa una Dab alla spina. Me la mette davanti. Io butto giù dei bei sorsi pieni. Però, ora mi sovviene un dubbio. Cosa ho bevuto stasera? Non mi ricordo. Non ricordo un cazzo.

«Scusa, ma dove siamo?». Il tizio alza l’indice, come per dirmi d’aspettare un attimo. E se ne va. Sento la testa che mi gira. Mi sento tanto leggero. La bocca comincia a muoversi da sola, a bisbigliare parole senza senso. Mi giro verso quegli alternativi. «Al cancelliere di Downtown». Cosa? Che cosa ho urlato? ‘Al cancelliere di Downtown’. Ma che cazzo significa? Oddio, ma quanto ‘sto male? Tutti mi guardano. I loro sguardi su di me per qualche istante. Ma poi tornano a bisbigliare tra di loro. Ritorna Lemmy.

«Downtown?» mi fa.

«Cosa?» gli rispondo io.

«Italiano? Andare Downtown?». Italiano? Mi chiede se sono italiano? Azzo. Questo è pure straniero.

«Si. Io italiano»

«Io stato 2 anni in Italia»

«Ok». Non so cos’altro dirgli. «Di dove sei?»

«Cosa?»

«Da dove vieni?»

«Da qui»

«Da qui?»

«Da qui: Liverpool». Oddio, questo dev’essere più fatto di me.

«Da Liverpool?» gli ripeto ridendo.

«Yes»

«E noi siamo a Liverpool?»

«My God, quanto tu bere?». Rido. Ma poi, mi giro a guardare quegli alternativi seduti al tavolo. Mi sforzo d’ascoltare i loro discorsi. Oh cazzo: parlano inglese. Mi sto spaventando.

«Ok. Ora niente scherzi: non so davvero dove siamo. Me lo dici tu?»

«Io ho detto a te: siamo in Liverpool». Salto dallo sgabello. Vado da uno degli alternativi.

«Dove siamo?»

«Keep calm, man!». Non è possibile. Mi avvicino ad un altro.

«Dove siamo?». Non risponde. Guarda quelli al suo tavolo. Confabula qualcosa in inglese. Il panico ha preso possesso di me. Indietreggio. Mi giro. Guardo Lemmy un’ultima volta. Poi, corro fuori dal locale. Continuo a correre. Dopo una decina di metri, mi fermo. Ho l’affanno. Sono chino, con le mani poggiate sulle ginocchia. Sento il cuore battermi forte nel petto. Sembra quasi che debba venir fuori da un momento all’altro. Liverpool: ma è davvero così? Sono a Liverpool. Ma che cazzo mi prende? Ma quanto ho bevuto? Sicuramente è stata un’allucinazione. Il locale, Lemmy, gli inglesi…tutta un’allucinazione. Sento qualcuno alle mie spalle. Mi tiro su. Mi giro. E’ Lemmy.

«Do you need help?». Parla inglese. Gli metto le mani al collo.

«Smettila!» urlo. «Non siamo a Liverpool. Smettila, brutto figlio di puttana! Smettila». Oddio, gira tutto. Mi sento cadere. Le braccia si staccano da sole dal suo collo. Mi sento cadere. Io…non…Buio.

Fine capitolo I – Il cancelliere di Downtown.

Tony Musicco

Nema

Sono fuori dal tempo. Me lo dico sempre. Incastrato tra le lancette, cerco di muovermi tra gli istanti.

Sono fuori allenamento. Lo penso sempre, ormai. L’ispirazione si muove fra i neuroni, senza sfiorarli.

L’odore della pasta mi ha rapito. D’un tratto, i miei sensi cedono e raggiungo l’assoluto. Vedo i miei occhi, ingialliti come foto, rinchiusi in una gabbia di legno, come due passerotti arresisi alla prigionia, a vedere il mondo a righe. Tra le dita ho una caviglia, bianca come gesso, stretta, fina. Ho paura di romperla tra le dita. Mi giro e la vedo: l’imitazione. Mi guarda. <<Non hai gli occhi>> mi dice. Ho paura. Ha in mano un blocchetto. Sta scrivendo un post. L’imitazione è in  atto. Mi fa paura. Si avvicina. Vuole qualcosa da me. Ma poi, si gira. Guarda la gabbietta. Ecco cosa vuole. La forza. Ci infila la mano dentro e prende i miei occhi. Gli indossa. L’imitazione ha rubato la verità. E d’ora in avanti, si diffonderà come virus nell’etere. Vorrei piangere, ma non riesco. Dalle mani mi cade la caviglia che si fa in mille pezzi al suolo.  Vedo dieci cammelli rossi passarmi davanti. Vorrei piangere.

Sono stanco. Che ora è? Da domani, a dieta di tempo. Me ne lascio scorrere troppo nello stomaco.

Sono assetato. “Come fric a verve”. E tu non dici niente?

Devo esserTi sinGera, me lo devo anGora studiare” 

nemA

Entro

Se avessi solo un secondo, giocherei. Perché è un gioco e niente più.

Se solo un secondo ci fosse, ordine pioverebbe. Perché c’è tanta sete di equilibrio.

Le corna o l’acqua? Chi ha deciso che si dovesse decidere? Chi ha deciso che si dovesse scegliere?

Interrogarsi è reato, la balena è in agguato. Se chiedi, non credi.

Se avessi un secondo, entrerei. Non sono mai stato dentro, non credo nessuno sia entrato mai.

Morto e andato. Se il tuo numero è andato, passato, another ticket please.  E la via del sole è ancora lì, che vede anziani ventenni passare, unti di carbone.

Che peccato! Se avessi un solo secondo, urlerei. Ma voce più non ho nei polmoni. E’ la trappola, che scatta per me e per quelli come me che chiedono, giocano, urlano. Ma che non entrano.

L’intensità del vuoto di questa pienezza senza giochi, senza ordine, senza culla. Un cellofan di paranoia plastica e sogni  riscaldati alla sera. Pagliozza e sermoni.

Qualcuno ci salvi.

Tony Musicco

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