Archive for the ‘ Racconti dal vaso ’ Category

Storia romana – Ep. 1/2 – Il rinvio

Non riesco a liberarmi. Ho gli occhi inchiodati a quel foglio bianco da una decina di minuti. Vorrei girare la testa,guardare altrove,ma non ci riesco. I miei occhi sono caduti vittima di un incantesimo che li ha condannati a leggere per l’eternità la frase stampata sul foglio appeso in bacheca.

I miei occhi rimangono lì, mentre la mia mente se ne va.  Fa dei passi indietro, tra gli istanti infanti di questa giornata appena cominciata.
Quattro ore fa mi sono alzato. Dovevo assolutamente svegliarmi presto. Ieri sera ho impostato ben 5 sveglie: una alle 04.45, una alle 04.50, 04.55, 04.57, 05.00 . Dovevo svegliarmi per ripetere. Però, appena mi sono infilato nel letto, ho disattivato la sveglia delle 04.45, pensando che le altre quattro sarebbero state più che sufficienti.

La notte non ho dormito granché. Un po’ agitato dall’ansia pre-esame, mi sono girato e rigirato nelle coperte per tutto il tempo. La gola mi bruciava. Di tanto in tanto, vivevo frammenti di sogno che duravano un battito di ciglia.

E’ suonata la prima sveglia. Ho premuto “stop”. E’ suonata la seconda e così via. Sono rimasto nel letto. “Ora mi alzo” mi sono detto. Una voglia di girarmi dall’altra parte e abbandonarmi nuovamente tra le braccia di Morfeo, mi ha pervaso. Un pensiero bello, caldo e accogliente. Ma una brezza di forza di volontà inedita ha fatto si che io mi tirassi su dal letto.
Presa la mia sacca, sono andato in cucina. Ho acceso la luce e mi sono seduto al tavolo di legno al centro della stanza. Dalla sacca ho tirato fuori i miei appunti di storia romana. “Maledetto esame” ho bisbigliato. Ho cominciato a ripetere, riprendendo da dove avevo lasciato la sera prima – Nerone al potere.
“Questo non lo passo, cazzo ci sto a fare sveglio a quest’ora, cazzo?”. La frase ha riecheggiato nella mia mente per la prima ora di studio. Verso le 6, ormai, mi ero rassegnato all’idea di dover andare a fare la mia letamica figura davanti alla professoressa.

Alle 7 si è alzata mia madre. Mi sono fatto preparare una tazza di latte caldo. Consumato in fretta, mi sono poi preparato e precipitato in stazione. Il treno è arrivato puntualissimo. Nella mia mente, mentre attendevo, si era combattuta una guerra: un lato di me che diceva “sali in treno e continua a ripetere” contro un altro lato del mio essere che diceva “dai, fin quando toccherà a te entrare, avrai tempo a sufficienza per studiare”. Una volta salito in treno e preso posto, ho scelto la seconda opzione e sono crollato, avvolto dal sonno che, come un cellophan mi ha sigillato, tenuto fuori da tutto il resto. Ho riaperto gli occhi che ero a Bari.

E…ed eccomi qui, davanti alla bacheca del dipartimento, a leggere un avviso che mi notifica l’avvenuto spostamento dell’esame. Ora, dentro di me c’è un nuovo conflitto: una parte che, in nome delle ore di sonno perse, piange lacrime amare per questo rinvio. E un’altra parte che sta ringraziando ogni santo che conosco in ordine alfabetico.

In stazione, cazzo. Voglio tornarmene a casa.

Tony Musicco

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Il cancelliere di Downtown – Ep 1

Le 01.30. “Troppo presto” mi dico. Ho voglia di un’altra birra. Ma dove sono? Questo lato della città non lo ricordo. Vedo un tizio con una maglietta dei Nirvana.

«Scusa, ma dove siamo?»

«Sulla luna». Stronzo. Che ci sarà poi di strano a chiedere ‘dove siamo’? Lo stronzo è ormai ad una decina di metri da me. Voglio andargli dietro. Chissà dove va. Lo vedo infilarsi in un locale che non ho mai visto. Ma dove cazzo sono? Entro anch’io.  Un Irish pub. Appena entrato, Roadhouse Blues dei Doors sparata a palla, arriva a stordirmi la mente. “Cos’è, il festival delle banalità?” penso.  “Un tizio con una maglia dei Nirvana che entra in un locale per alternativi del cazzo, con in sottofondo i Doors?”. Io qui non ci sono mai stato. Il che è strano. Sono sicuro di essere stato in tutti i locali della città almeno una volta. Una certa ansia mi sale. Dove sono andato a finire? Mi avvicino al bancone. Faccio una gran fatica a mettermi su uno sgabello di legno. Ho paura di cadere. Ma quanto ho bevuto? Dall’altra parte del bancone c’è un sosia di Lemmy Kilmister.  Cazzo, è uguale! Mi guardo attorno: i tavolini sono pieni di gente. Alternativi. Prevedibile. Lemmy mi guarda. Non dice nulla.

«Una bionda media» gli dico. Lui prende un bicchiere. Mi versa una Dab alla spina. Me la mette davanti. Io butto giù dei bei sorsi pieni. Però, ora mi sovviene un dubbio. Cosa ho bevuto stasera? Non mi ricordo. Non ricordo un cazzo.

«Scusa, ma dove siamo?». Il tizio alza l’indice, come per dirmi d’aspettare un attimo. E se ne va. Sento la testa che mi gira. Mi sento tanto leggero. La bocca comincia a muoversi da sola, a bisbigliare parole senza senso. Mi giro verso quegli alternativi. «Al cancelliere di Downtown». Cosa? Che cosa ho urlato? ‘Al cancelliere di Downtown’. Ma che cazzo significa? Oddio, ma quanto ‘sto male? Tutti mi guardano. I loro sguardi su di me per qualche istante. Ma poi tornano a bisbigliare tra di loro. Ritorna Lemmy.

«Downtown?» mi fa.

«Cosa?» gli rispondo io.

«Italiano? Andare Downtown?». Italiano? Mi chiede se sono italiano? Azzo. Questo è pure straniero.

«Si. Io italiano»

«Io stato 2 anni in Italia»

«Ok». Non so cos’altro dirgli. «Di dove sei?»

«Cosa?»

«Da dove vieni?»

«Da qui»

«Da qui?»

«Da qui: Liverpool». Oddio, questo dev’essere più fatto di me.

«Da Liverpool?» gli ripeto ridendo.

«Yes»

«E noi siamo a Liverpool?»

«My God, quanto tu bere?». Rido. Ma poi, mi giro a guardare quegli alternativi seduti al tavolo. Mi sforzo d’ascoltare i loro discorsi. Oh cazzo: parlano inglese. Mi sto spaventando.

«Ok. Ora niente scherzi: non so davvero dove siamo. Me lo dici tu?»

«Io ho detto a te: siamo in Liverpool». Salto dallo sgabello. Vado da uno degli alternativi.

«Dove siamo?»

«Keep calm, man!». Non è possibile. Mi avvicino ad un altro.

«Dove siamo?». Non risponde. Guarda quelli al suo tavolo. Confabula qualcosa in inglese. Il panico ha preso possesso di me. Indietreggio. Mi giro. Guardo Lemmy un’ultima volta. Poi, corro fuori dal locale. Continuo a correre. Dopo una decina di metri, mi fermo. Ho l’affanno. Sono chino, con le mani poggiate sulle ginocchia. Sento il cuore battermi forte nel petto. Sembra quasi che debba venir fuori da un momento all’altro. Liverpool: ma è davvero così? Sono a Liverpool. Ma che cazzo mi prende? Ma quanto ho bevuto? Sicuramente è stata un’allucinazione. Il locale, Lemmy, gli inglesi…tutta un’allucinazione. Sento qualcuno alle mie spalle. Mi tiro su. Mi giro. E’ Lemmy.

«Do you need help?». Parla inglese. Gli metto le mani al collo.

«Smettila!» urlo. «Non siamo a Liverpool. Smettila, brutto figlio di puttana! Smettila». Oddio, gira tutto. Mi sento cadere. Le braccia si staccano da sole dal suo collo. Mi sento cadere. Io…non…Buio.

Fine capitolo I – Il cancelliere di Downtown.

Tony Musicco

Chi ti piangerà?

Apri gli occhi. Inizia un nuovo giorno per te. Cosa farai quest’oggi? Ti tiri su dal tuo letto. Sei nuda. Ti specchi. Ti tocchi. Le tue dita sfiorano quella tua pelle tatuata di colori spenti come la tua anima. Ti infili i pantaloni di pelle, l’anfibio nero.

Non fai colazione. Non ricordi quando è stata l’ultima volta che hai mandato giù un boccone. Ma un rutto ti ricorda quello che hai bevuto ieri sera. Un punto rosa sul braccio, invece, ti ricorda quello che ti sei fatta ieri sera.

Che ne sarà di te quest’oggi?

Esci di casa. Gironzoli per la città. Ray-Ban cattivi sugli occhi. Incontri un paio di tue amiche. Vi accordate per la serata. Vi prendete un caffè. Torni a casa. I tuoi sono a pranzo. Li ignori. Ignori la tavola. Non tocchi nulla. Ti rinchiudi nella tua stanza. Metti su un disco dei Cradle of Filth. Ti distendi. E ti perdi. Ti chiedi come sarebbe se tu morissi. A chi mancheresti, chi ti piangerebbe al funerale, chi fingerebbe di farlo. E in quel momento, speri che quel giorno arrivi il prima possibile.

Che ne sarà di te questa notte?

Pantaloncini, stivali, giacca…tutto rigorosamente in pelle nera. I capelli diritti verso l’alto. Squillo. Gli amici sono sotto casa e ti aspettano per andare. Vi aspetta una serata. Una delle vostre, nel locale alternativo, reso vivo da gente alternativa. Come voi. Come te. Appena entri, abbracci, baci, slinguazzate qua e là. Poi via con la prima sigaretta, il primo bicchiere di birra. Poi, ti viene vicino il solito amico. Ti fa un sorriso. Ti dice “andiamo?”. Tu gli fai cenno di si. Uscite dal locale. Vi appartate in auto. Tu ti levi la giacca. Intanto lui scalda il suo cucchiaino. In un baleno, la sua spada è pronta. Ti sorride. Tu, sorridendo, gli cedi il tuo braccio. Ed ecco che quella spada ti penetra la vena. E ti vomita dentro quel fiato d’inferno che ti fa vedere il paradiso. Per degli istanti che sembrano anni, tu sei non sei più lì. Sei altrove, lontana dalla tua vita, dai tuoi vestiti di pelle, dai tuoi tatuaggi. Sei lontana da te. E stai bene. Poi, il viaggio finisce, la giostra ritorna al punto di partenza. Ma stavolta, qualcosa è cambiato. Tu non riesci a tornare. Sei bloccata sulla tua giostra. Non riesci a venire fuori. Dalla tua bocca, bava bianca viene fuori. Il tuo amico ti prende di peso. Sa cosa ti sta accadendo. Non vuole guai. Ti poggia sull’asfalto. Mette in moto. E va via. Tu rimani lì, con gli occhi quasi chiusi, prigioniera di un silenzio più forte di un qualsiasi strillo.

Il giorno è arrivato. Chi ti piangerà?

Tony Musicco

L’uovo

<<Papà, mi compri l’uovo?>> gli aveva chiesto allargando i suoi occhi blu. E come avrebbe potuto non farlo? Era andato un paio di giorni prima di Pasqua. Ne aveva comprati un paio, così da darne uno anche a Francesca, sua moglie. Al cioccolato fondente. Così, tornato a casa, con in mano la busta con dentro quelle uova dagli involucri sfavillanti, li aveva nascosti. Voleva l’effetto sorpresa. Anche se era l’unica cosa che Fabrizio s’aspettava d’avere. Ma lui si sorprendeva comunque. E non era finzione. I bambini sono esenti dal fingere stupore. Siamo noi più grandi, che con il tempo, acquisiamo questa capacità di non sorprenderci più, ma di fingere di essere sorpresi quando ci capita qualcosa di meno sorprendente.

24 aprile: tutti a tavola. Fabrizio scalpita, mangia in tutta fretta. Vuole velocizzare il pranzo per arrivare immediatamente al momento dell’uovo. Il momento della colomba è davvero straziante per lui.

<<Papà, dov’è l’uovo?>>

<<Ehi, aspetta! Prima mangiamo la colomba>>. Fabrizio mette il broncio. Vuole l’uovo. Chi se ne importa della colomba. Rifiuta un pezzo di quel dolce pasquale che suo padre gli porge con una mano. Gira lo sguardo dall’altra parte.

<<Non lo voglio!>> dice.

<<E dai! Non fare così. Mangia>>

<<No!>>. Suo padre tira indietro la mano. Divora lui il pezzo che aveva offerto a Fabrizio. Lo guarda. Fabrizio ha lo sguardo chino, che fissa il vuoto. Le sopracciglia sono inclinate. E’ arrabbiato. Se ne sta con le braccia conserte. S’accorge di essere osservato.

<<Oh, ne! La smetti?>>

<<Di fare che?>>

<<Di guardarmi!>> e scoppia in lacrime. La bocca si curva, gli occhi si stringono. Le lacrime scendono. Con i movimenti che fa con la bocca, sembra un pesce. Suo padre si rattrista vedendolo così.

<<Dai! Non fare così>>. Lo tira a sè, lo abbraccia. Poi lo passa a sua madre. <<Rimani qui con la mamma. Torno subito>>. Esce dalla stanza. Fabrizio affonda la testa nella folta chioma di sua madre. Per un attimo, chiude gli occhi.

<<Fabrizio?>> la voce di suo padre. Si tira via da quel velo di capelli, si gira verso di lui. E non vi trova la sua faccia, ma un involucro sfavillante.

<<L’uovo!>>. Si stacca da sua madre e prende fra le braccia quell’uovo quasi fosse un amico fraterno. Poi, si attacca al papà. E qualche altra lacrima scende.

<<Smettila, dai>> gli dice suo padre, sorridendo. Fabrizio alza lo sguardo, gli occhi rossi, la faccia lavata di lacrime. Sorride anche lui. Anche la mamma si unisce all’abbraccio. E la Pasqua è fatta.

Buona Pasqua a tutti voi.

Tony Musicco

L’albero di mimose

C’era una volta un albero di mimose. Era situato in un terreno agricolo, poco fuori città. Per molti anni era cresciuto sereno, sviluppandosi in enormi dimensioni. Il contadino proprietario del terreno, ogni volta che lo guardava, si rallegrava. Quel colore giallo come il sole lo liberava di tutti i suoi demoni. Quel colore così forte gli ricaricava il cuore di energia per affrontare la vita e guardarlo era come una fuga dal tutto.

Talvolta, il contadino litigava con sua moglie. Allora, usciva di casa e andava in quel terreno e si sedeva in terra, proprio sotto quel grande albero di mimose. Lo faceva tutte le volte. Ogni volta che era di cattivo umore, si sedeva sotto quell’albero e tutto passava.

Un giorno, si sedette lì, ma neanche quel suo albero magico riuscì a tirarlo su. Sua moglie era morta. Quindi, era scappato lì, sperando che quel albero sarebbe riuscito a liberarlo da quel dolore. Ma così non fu. Anzi, la bellezza di quella pianta gli ricordava il suo amore ormai perduto. Allora, preso da grande ira, prese a calci l’albero, senza procurargli alcun danno. Allora, prese un paio di forbici molto affilate e, arrampicatosi sull’albero, cominciò a tagliar via le mimose. Ci mise un giorno intero per farle cadere tutte. Quando finì, scese dall’albero e vi trovò un tappeto di luce. Quel giallo, un tempo abbagliante, emanava tristezza. Così, pianse per quello che aveva fatto. Pianse come aveva pianto per la morte di sua moglie. Ad un certo punto, smise di piangere, si alzò e si mise a raccogliere tutte quelle mimose. Poi, le portò nel cimitero ove riposava la sua amata e, raggiunta la sua tomba, la ricoprì con quel manto dorato. A quel punto, guardò nuovamente quelle mimose: erano tornate a splendere, come fossero state sul loro amato albero. E la foto di sua moglie, che lui lasciò libera nel mezzo di quei fiori, sembrava sorridente, più bella che mai in quel manto giallo. Allora, l’uomo pianse nuovamente. Pianse così tanto, che raccolse le sue lacrime in un bicchiere e versò quelle gocce sulla tomba ricoperta di mimose. Poi, sorridendo, salutò sua moglie e tornò a casa.

Tony Musicco

“Tranquillo, Pip! Ti ascolto…”

09/12/2009

C’era una volta un bambino. Si chiamava Filippo e aveva 8 anni.

Filippo viveva in una gran bella casa, ben arredata e molto spaziosa. La sua camera era molto grande, ed era piena zeppa di giocattoli, per la maggior parte di action figures dei personaggi dei fumetti. Wolverine, l’Uomo Ragno, Capitan America… ce li aveva proprio tutti. E tutti gli erano stati regalati da Luca, il suo fratellone. Luca aveva 20 anni, ed era una fratello fantastico per Filippo. Infatti, giocava sempre con lui, anche quando aveva molto da studiare. Poi, gli faceva sempre regali e lo aiutava con i compiti.

Luca leggeva molto. Era sempre sommerso dai libri. Gli piaceva chiamarlo Pip, come il protagonista del romanzo Grandi Speranze di Dickens. Era il suo autore preferito. Quando Luca ne parlava, Filippo cercava di pronunciarne il nome, ma non ci riusciva mai.

Luca rideva sempre. A Filippo piaceva il suono della sua risata. Al solo sentirlo ridere, scoppiava e lo seguiva a ruota.

Filippo considerava suo fratello un ragazzo speciale, capace di cose straordinarie. Ad esempio, tante volte Filippo, il pomeriggio, mentre Luca dormiva, andava a svegliarlo, magari per chiedergli qualcosa. Luca rimaneva con gli occhi chiusi. Allora, Filippo continuava a scuoterlo, per farglieli aprire.

“Tranquillo, Pip. Ti ascolto” gli diceva sempre suo fratello. E Filippo rimaneva sbalordito ogni volta.

“Mamma mia” pensava “mio fratello è capace di ascoltare la mia voce anche quando dorme!”

Un giorno, tornò a casa da scuola, e trovò suo fratello a letto. Sua madre gli disse che stava poco bene. Aveva la febbre. Filippo andò vicino al suo letto.

“Ehi, Lu! Che hai?”

“Niente, Pip. Un po’di febbre. Devo aver toccato un po’ di kryptonite per sbaglio” disse ridendo. Filippo rispose alla risata. La kryptonite era la pietra alla quale era allergico Superman, il supereroe preferito di Filippo. Luca gli aveva regalato perfino il costume per Carnevale.

Così, quel pomeriggio, i due fratelli non poterono giocare e Filippo si annoiò a morte.

Nei giorni successivi, la situazione rimase la stessa. Luca era continuamente bloccato a letto, e i genitori non volevano che Filippo gli si avvicinasse. Dopo una settimana, all’uscita della scuola, invece di trovare suo padre, Filippo vi trovò ad attenderlo suo nonno.

“Ehi, piccolo! Oggi pranzi da noi! Dai! La nonna ha preparato i cappelletti al pomodoro!” gli disse l’anziano parente. Dal pranzo, la cosa si protrasse alla cena, finchè i suoi nonni gli dissero che avrebbe passato la notte da loro. Il giorno dopo, si svegliò di scatto, spaventato da uno sogno che, però, non riuscì a ricordare una volta sveglio. Scese dal letto e andò verso il salotto. Sentì delle voci. Pian piano, aprì leggermente la porta. Vide i suoi nonni che parlavano con i suoi genitori. Sua madre era in lacrime. Filippo non riuscì a sentire bene cosa stessero dicendo. Capì soltanto che suo fratello era ammalato e poi aveva sentito una strana parola: tumore. Era una parola che Filippo non aveva mai sentito dire prima. Pensò subito ad una tipologia di carne.

“Gli avrà fatto male e adesso sta poco bene” pensò fra se il piccolo. Così, entrò e si avvicinò a loro. Sua madre, vedendolo, si asciugò le lacrime.

“Mamma, che c’è? Perché piangi? Dov’è Luca?”. Sua madre montò un sorriso finto.

“Amore, non sto piangendo. Avevo una ciglia fastidiosissima nell’occhio e papà mi stava dando una mano a toglierla”

“Mamma, e Luca?”

“Tesoro, Luca è partito”

“E’ partito? E dov’è andato?”

“Amore, è andato in gita con gli amici”

“Ma non mi ha salutato”

“ Lo so tesoro. Però, non ti preoccupare. Lui ti vuole bene”.

Durante le due settimane successive, Filippo continuò a stare dai suoi nonni. Loro erano simpatici. E bravi. Non lo sgridavano mai. Erano sempre gentili con lui.

Intanto, si avvicinava Natale, la festività preferita di Filippo. Era il periodo dell’Avvento. Lui lo sapeva bene, perché andava a messa ogni domenica con suo fratello. In quel periodo, Filippo usava pensare alla “letterina a Babbo Natale”. La scriveva insieme a Luca.

“Ora dalla a me. Stasera andrò da Babbo Natale e gliela consegnerò di persona” gli diceva sempre Luca, ogni 23 dicembre.  Solo che Luca non c’era. Più di una volta, sua nonna gli aveva proposto di scriverla con lei, ma aveva sempre rifiutato. Voleva aspettare che Luca tornasse dalla gita. Un’altra settimana passò. I suoi continuavano a dirgli che era in gita. Allora, si convinse a scrivere la lettera con sua nonna. Non ci scrisse tantissimo, come gli anni passati:

Caro Babbo Natale, quest’anno, vorrei che mi facessi 2 regali: il Power Ranger rosso e far tornare mio fratello Luca dalla gita”.

Sua nonna, leggendo quella frase, si commosse, ma riuscendo a stento a trattenere le lacrime.

Un paio di giorni dopo, di buon mattino, fu svegliato da sua madre

“Tesoro!Svegliati! Andiamo a trovare tuo fratello”. Filippo, tutto gioioso, si vestì in tutta fretta. Un breve viaggio in macchina e arrivarono in un posto che Filippo non aveva mai visto. Era una grande edificio, pieno di corridoi. E stanze. Tante stanze, con dentro tante persone che dormivano. Nei corridoi si sentiva un odore pesante e c’era un grande caldo. Persone con addosso strani camici bianchi, con sopra dei cartellini con dei nomi e delle foto molto piccole. Dopo tanto camminare, entrarono in una di quelle tante stanze. In uno di quei letti c’era Luca. Appena lo ebbe visto, Filippo si riempì di gioia e gli corse contro.

“Ehi, Pip!”

“Ehi, Lu! Che stai facendo?”

“Sto riposando”

“Perché ti sei stancato in gita?”

“Si, esatto. Anche durante la gita, ho trovato un po’ di kryptonite”. Filippo scoppiò a ridere. Con lui, quella battuta funzionava sempre.

Filippo, allora, tirò fuori la sua letterina.

“Guarda cos’ho portato”

“Oh! La letterina! Bravo!”

“Gliela porterai a Babbo Natale?”

“Certo”

“Anche se stai riposando?”

“Ma certo! Stasera andrò a consegnargliela di persona!”. Poi, i suoi genitori gli dissero che era ora di andar via. Filippo ci rimase un po’ male, perché era appena arrivato e già doveva andar via. Luca si addormentò immediatamente e non salutò Filippo. Il piccolo rimase con il broncio per tutto il resto della giornata.

Era la notte del 24 dicembre. Filippo aveva lo sguardo fisso sul soffitto. Ad un certo punto, sentì strani rumori provenire dal salotto. In punta di piedi raggiunse la stanza e aprì la porta. Appena lo ebbe visto non potè credere ai suoi occhi: era Babbo Natale!

“Babbo Natale!” gridò Filippo.

“Pip, non gridare” gli disse l’uomo in rosso. Filippo, sentendo quel nome, gli si avvicinò e gli tirò la barba. Era finta. Allora, fu il Babbo stesso a togliersela e a rivelarsi: era Luca.

“Lu?!”

“Si, sono io, Pip. Sono io Babbo Natale. Lo sono sempre stato”

“Davvero?”. Pip lo abbracciò

“Si. Pip, qualunque cosa accada, ovunque io vada, sappi che io ti voglio tanto bene e sarò sempre con te”

“Anch’io, Lu!” e si strinse ancora più forte al fratello. D’un tratto, sentì la voce di sua madre e si ritrovò nel suo letto. Era stato tutto un sogno. Era mattina e sua madre l’aveva svegliato.

“Filippo! Dai alzati!”. Filippo scese subito dal letto e corse in salotto e andò a guardare sotto l’albero. Lì vi trovò il suo tanto atteso Power Ranger rosso. Lo prese, e se lo strinse al petto. I suoi genitori lo raggiunsero. Si girò verso di loro e si accorse che entrambi erano vestiti di nero. E nei loro occhi c’era una gran tristezza.

“Mamma! Papà! Che c’è?”

“Filippo, dai vestiti! Andiamo a salutare tuo fratello”. Ancora più felice per questa notizia, andò a vestirsi in camera da letto. Sul letto vi trovò una giacchetta nera per lui. Una volta pronto, uscirono. Andarono in una chiesa. Era la stessa chiesa dove Filippo frequentava il catechismo.

“Mamma! Mamma! Ma dobbiamo sentire la messa?”

“Si, tesoro”

“Ma dov’è Luca?”. Sua madre cominciò a piagere, ma bastò la pacca di suo marito a ridarle forza

“E’ lì dentro, amore!” disse, indicando la bara al centro della chiesa.

“Là dentro?”

“Si, tesoro”. Allora, Filippo entrò nel pallone. Non capiva. Quella era una bara e sapeva che li ci mettevano i morti. Ma allora, che ci faceva Luca lì? Filippo lasciò la mano di sua madre e corse vicino alla bara. Sua madre lo richiamò, ma lui non le diede ascolto. La bara era aperta. Filippo si avvicinò e lo vide.

“Ma sta dormendo!” pensò. Luca aveva il suo solito aspetto traquillo e sereno. Sembrava quasi che stesse ridendo.

“Ehi, Lu! Grazie per il Power Ranger! E stai tranquillo, non dirò niente a nessuno che sei tu Babbo Natale”. Filippo si aspettava una risposta, ma non la ebbe. Continuò a fissarlo, fin quando non giunsero i suoi genitori. Allora, lo guardò di nuovo. E il suo sguardo sembrava dirgli ancora una volta “tranquillo, Pip. Ti sto ascoltando”.

Tony Musicco

L’uomo nero

08/12/2009

Lunedì. Per il pomeriggio avevo in programma una corsetta con Paolo. L’appuntamento era per le 17 sotto casa sua. Così, impostai la sveglia alle 16.30 e, dopo pranzo, mi appisolai sul letto. Aprì gli occhi alle 16.12, svegliato da un messaggio sul cellulare. Era Paolo che, tramite il telefonino di sua sorella, mi avvertiva del fatto che non sarebbe venuto a correre. Allora, disattivai la sveglia e mi rimisi a dormire. Riaprì gli occhi alle 17.00, svegliato dal continuo trafficare di mia sorella e mio fratello nella mia stanza. A quel punto, lasciai perdere il sonnellino e mi alzai. Una volta in piedi, però, non ebbi la più pallida idea di cosa fare. O meglio, qualcosa da fare ce l’avevo, cioè studiare, ma sinceramente non mi andava molto. Decisi, allora, di andare a fare una passeggiata. Velocemente, mi cambiai e presi la mia fotocamera digitale, con l’idea di fare qualche scatto del porto e del lungomare, come mi capitava di fare di tanto in tanto fino ad un anno fa. Arrivato nella villa comunale, però, la voglia di fotografare volò via con il vento (sono un pigrone nullafacente, lo so). Così, mi limitai alla sola passeggiata.

Era da tanto che non andavo in villa. Così, con lo sguardo, passai in rassegna ogni suo elemento: il monumento ai caduti; le cornacchie e i piccioni che svolazzavano qua e là, facendo un gran baccano con i loro versi (mi riferisco in particolare alle cornacchie, che oltre ad emettere un verso fastidiosissimo, sono anche brutte da vedere); il parco giochi (o, almeno, quello che vi resta); la pioggia di foglie che scendeva dagli alberi in decadimento autunnale; i leoni di pietra all’entrata del boschetto.

Annoiato, mentre mi apprestavo ad uscire, incrociai un ragazzo di colore, il quale portava una dozzina di fogli sotto il braccio destro. D’improvviso, quei fogli gli sfuggirono, e gli si sparpagliarono tutt’intorno. Allora, io mi chinai ad aiutarlo a raccoglierli. In quel frangente, ripeté la parola “GRAZIE” almeno una cinquantina di volte. Poi, quando gli diedi i fogli che avevo raccolto, mi ringraziò per la cinquantunesima volta. Io gli risposi con un “PREGO” vago e quasi sospirato, sorridendogli. Poi, ripresi a camminare verso l’uscita. Mi accorsi che il ragazzo (sarà stato poco più grande di me) si era fermato a parlare con un uomo, sulla trentina, che era entrato poco prima. Mentre ero ancora vicino al cancello, vidi entrare un altro uomo, stavolta molto più anziano, sulla sessantina, in compagnia di un bambino. Appena l’uomo ebbe visto il ragazzo da me aiutato pochi minuti prima, si tirò a sé il bambino, come se temesse per la sua incolumità. Il bimbo, disorientato da quel gesto, si guardò attorno e, appena ebbe visto anche lui il ragazzo, esclamò: “Nonno! Guarda, c’è l’uomo nero!” e si strinse ancor di più al suo anziano parente. Allora, il ragazzo si girò, e posò lo sguardo sul bambino, con un’aria di sconfitta. “Non ti preoccupare, Giorgio. Ci sono io, qua. Vedi come guarda l’uomo nero? Ma se ci sono io, l’uomo nero non può farti del male” intervenne l’uomo. Io, ormai, ero piantato lì, davanti al cancello, a guardare la scena, con sguardo alquanto incuriosito. Con quello stesso sguardo, mi fissai sul ragazzo, il quale, all’udir le parole di quell’uomo, lo fulminò con degli occhi così carichi di rabbia che, se fossero stati due pistole, lo avrebbero ridotto ad un colabrodo. Ma quello sguardo così duro e forte, durò solo pochi secondi, lasciando spazio ad uno triste e sconfitto. Allora, girò la testa dall’altra parte, riportando l’attenzione al suo interlocutore. L’uomo anziano, invece, del tutto incurante dell’effetto delle sue parole, continuò a camminare per il vialetto, tenendo per mano il nipotino. E anch’io, al morire di quella scena, volsi altrove lo sguardo e ripresi a camminare verso casa.

Tony Musicco

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