Archive for the ‘ Echi dal vaso ’ Category

Dediche

Alla stanchezza. Allo sbadiglio e agli occhi sporchi del mattino. Alle sigarette e al vino. All’amico e al fratello. Alla notte e alle sue luci. Alla musica. Ai segreti. Alla sincerità. Al sedere e ai calci. Al dolore. Alle lacrime.  Alla tranquillità. All’egoismo. Alla sfortuna. Alle parole. Al sesso. All’auto. Alle risate. Alla pigrizia più perfida e masochistica. All’insignificanza. Alle velleità.  Alle maschere. Alle bugie. Al cibo. Alla pancia. Alle ossessioni. Alle turbe. Alla rabbia. Alla frustrazione. All’invidia. Alla penna. Alla birra. Al cuore. Al fegato. All’ottusità. Ai giudizi. Ai pregiudizi. Alle offese. Alle defiance. Alle urla. Agli abbracci veri. Alle disgrazie. Al sonno e al letto. Alla fame. Alla fama. All’ambizione. Al materialismo. Alla millanteria. Alla seduzione.  Alle mani rotte. Alla prepotenza. All’indifferenza. Alla paura. Alla morte.

Tony Musicco

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La vittoria sbagliata

Ti è mai capitato di vincere, senza però esultare per la vittoria? Vittorie magre, che possono segnare per sempre la tua esistenza. Tu sei lì che vorresti gridare, scoppiare per la gioia. Ma la ragione ti ricorda che non c’è nulla per cui festeggiare.
Vittorie irrisorie, che buttano ulteriore benzina sul fuoco del fallimento di una vita. Battaglie vinte che, anziché mostrarti un futuro meraviglioso, ti spalancano una porta sull’immenso baratro che, dal passato, si affaccia irrimediabilmente sul tuo presente.
Sono vittorie inutili che ti fanno domandare se la tua esistenza ha davvero un senso, che ti fanno temere che le cose andranno sempre peggio. E poi cominciano i pensieri brutti, esagerati, ma che in momenti del genere sono inevitabili. Si diviene estremamente fragili, che basterebbe un solo gesto per andare in frantumi.
Che si fa a questo punto? Che si fa di fronte ad una vittoria sbagliata?

Tony Musicco

Sospeso

Voglio stare sospeso. Mentre guardo questa estate tramontare, voglio galleggiare nell’aria di Settembre e allungare le braccia.

Sono i giorni dell’amore a orologeria. Tra un paio di giorni esploderà, riaprendo vecchie ferite che torneranno a sanguinare copiosamente, imbrattandomi i vestiti. Insanguinato e sospeso, sembrerò un Cristo appeso ad una croce invisibile. E piangerò, mentre dietro di me, i centurioni della vita urleranno “Te l’avevo detto”.

Voglio stare sospeso. Mentre guardo questo amore tramontare, voglio planare sul mare. Un amore che conosce la sua ora fatale è come un morto che cammina. Chissà cosa rimarrà di questa nuova detonazione. Chissà cosa rimarrà di me. Brandelli di cosa?

Voglio stare sospeso. Mentre guardo la luna sporcarsi del simoniaco manto, voglio planare sul mondo. E vederlo per davvero almeno una volta nella vita. Solo allora, sarò pronto alla detonazione. Solo quando saprò chi sono e chi è il mondo, solo in quel momento sarò coraggioso abbastanza da guardare l’onda della luna simoniaca che si abbatte su di me.

E tornerò solo e libero di decidere la mia fine.

Fotso tese tese visi tutsu tisi ese duese.

Tony Musicco

L’anno della Luna Rossa

Un anno tra qualche giorno. Un anno di lotte fra emozioni e deliri. Un anno senza scampo, la testa andava giù, a fondo nelle acque della disperazione, per poi venire fuori velocemente, con i polmoni che accoglievano avidi un ossigeno contraffatto. E poi, la Luna insanguinata.

E’ stato una sera. Io avevo oscurato la Luna con il mio smarrimento. E lei, per vendicarsi, s’è macchiata di sangue per vincere il mio buio con la sua veste scarlatta. E poi ancora. E di nuovo. Sempre più pregna di sangue e cattiveria. Ma ad un certo punto, s’è chinata su di me, ha avuto pietà ed è tornata bianca.

Io ero contento, ma perduto ormai. Da allora, infatti, ho vissuto con la paura di rivedere quel manto scarlatto poggiato sulle sue spalle. E allo scadere dell’anno, lei l’ha fatto nuovo. La Luna è tornata ad essere rosso sangue. Niente più pietà per me. Niente di niente. Solo dolore per me. Niente di più.

Tony Musicco

Sulle sedie

C’è chi sta sulle spine, chi si arrampica sugli specchi. Io sto sulle sedie. Una trapunta di sfumature color rosa amore si distende su di me, tenendomi al riparo dai tacchi e dal frigorifero. Freddo nella veranda del cuore, ma solo per la notte.

Di notte, la lama ha percorso un sentiero vivo, tranciando peli e ansie, proiettando l’immagine di un futuro certo. Alla fine di questi giorni, che è rimasto? Queste pagine di ore scritte da noi mi hanno aperto gli occhi. 53 giorni. Quanta sofferenza inutile, quante lacrime gettate via. Il mio cuore non ha mai smesso di battere. Ma per un po’, ho creduto che fosse morto. Sono dovuto andar via, sono dovuto andare dal sole, affinché i suoi raggi penetrassero nel mio petto e, esplodendo come un ordigno nucleare, riattivassero il mio cuore. Nel frattempo, tu eri lì che urlavi il mio nome nella notte più lunga che il tuo cuore abbia mai conosciuto. Mi imploravi di tornare giù. Mi imploravi di tornare da te, per far tornare il giorno nel tuo cuore. Ma io non ti ho dato ascolto. Ho preferito rimanere lassù, tra dee e biscotti. Ad un certo punto, tu ti sei stancata di urlare e hai cercato altrove il giorno. Io ero lì, con il cuore di nuovo carico, ma incapace di scaldarmi, incapace di fare luce. Sono tornato giù. E ti ho vista. Ma tu avevi smesso di aspettarmi. Ormai, splendevi di luce tua. E l’ombra della tua nuova persona mi ricopriva, nascondendomi nelle tenebre. Ora ero io a voler urlare. Ma non potevo. Un uomo di nome Orgoglio mi aveva posto sulle labbra un sigillo. Non potevo urlare. E nel frattempo, la nuova energia del mio cuore bruciava, diventava nociva. Una sera, però, l’innocenza blu ci ha fatto rincontrare. E tu sei tornata a vedermi. Ed io, finalmente, ho aperto le porte del mio petto e ti ho donato la nuova luce del mio cuore.

C’è chi sta sui binari, chi sul ciglio di un burrone. Io sto sulle sedie. Il ritratto mi guarda e mi chiede quante cartucce sono andate.

5 giorni. Conferme. Discorsi consumati tra melodie di zucchine e arpeggi di melanzane, tra vasche e storie bruciate in balcone. Tra tazzine rotte e tabacco perduto, tra cabine rosse e lamette.
Questa mattina ho lasciato la tua dimora, amore mio, lasciandomi dietro stracci azzurri. Il cielo ero grigio, i tuoi occhi zuppi di lacrime. I nostri cuori ormai sono saldi. Essi brillano insieme, uniti nell’armonia delle loro luci intrecciate.
5 giorni per purificarne 53. Ti chiedo perdono, amore mio. Perdonami, se puoi.

Tony Musicco

Quando la luna arrossì

Quando il figlio di Afrodite va via, è così. L’artefice puoi essere te, ma il dolore c’è. Quando la regina sceglie il nuovo erede al trono, vorresti morire. Quando vedi l’amore negli occhi della luna, il dolore è soffocante. E soffri.
Fin quando ti domandi per cosa soffri. “Oggi io ho incontrato una persona”

Una prece per la formica dolorante.
Amen a Voi…

Caino

Nel mattino ancora di tenebra lo scontro s’è già consumato.  I desideri, le lusinghe, gli insulti e i favori sono stati confrontati. La lama è stata affondata. Le urla della disperazione della fratellanza si sono alzate, riecheggiando fino al cielo ancora bruno.

Piangi, o madre. I semi che hai impiantato nella terra lottano tra di loro per distruggersi.
Piangi, madre, perché Caino vuole vincere.

Caino s’è armato delle sue sciagure. Una forma di lama s’è creata nella sua mano, pronta per essere sguainata.
Caino ha mascherato le sue colpe, per apparir più impavido dinnanzi ad Abele. Caino imputa a suo fratello i peccati della sua vita. Le sue mancanze, le sue sciagure…è tutta colpa di Abele! La rabbia di Caino viene sollecitata in lui dal nettare e dall’effetto di verdi nottate che ormai l’hanno reso prigioniero di uno smarrimento che ben presto diverrà follia.

Piangi, o madre. La fratellanza è stata spezzata. Il sangue è niente, ormai. I due semi per sempre divisi rimarranno.

Al suo ritorno compirà massacri, decreta Caino prima di lasciar il nido di vita. Abele, affranto e sconvolto, resta sicuro dell’innocenza della sua anima. La sua buona condotta di buon fratello lo tenta di pregare lo stesso per il crudele. Ma non lo fa. Non stavolta.

Tony Musicco

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