Come zucchero


– Eccomi. Lì, disteso sull’asfalto. Ho perso la testa? Ah no. Era il casco. –

Avete mai vissuto tutta una vita in un minuto? E’ questo che succede quando ti infili il casco e ti metti in sella. D’un tratto, è come se tutto si fermasse e lasciasse solo te a vivere i tuoi istanti, la tua vita. Vita che sfreccia tra istanti immobili e sordi. Ma poi, a volte, può succedere qualcosa che immobilizza quella vita sfrecciante, legandola all’immobilità di tutto il resto. Può succedere di cadere dal tuo cavallo di metallo, di scivolare via. Può succedere di esser presi da un altro cavallo di metallo che correva dietro di te. A quel punto, anche la tua vita superveloce, che in quegli istanti ibernati s’era fatta strada, rallenta. Gli istanti diventano anni, secoli, millenni. E può succedere di ritrovarsi lì distesi sull’asfalto. Intorno l’aria è carica di suoni. D’un tratto, attorno a quello sfrecciare divenuto strisciare si forma un piccolo turbinio di caos.

La morte è come zucchero. L’uomo ci gira sempre intorno. Alcuni uomini fanno di tutto per cercare di creare più distanza possibile. Altri, invece, le vanno così vicino da sorriderle in faccia. E poi, quando queste persone muoiono, ci si stupisce. “Ma come? E’ morto?”. E’ questo il punto, in tutti noi: nessuno si aspetta di morire. La morte è tenuta così estranea da noi che, anche nei contesti in cui essa è pressochè scontata, tendiamo ad escluderla come eventuale esito. Ma non è così. La morte fa parte della vita. Paradossale vero? Eppure è così. E’ la particolarità di noi mortali, di noi pezzi di carne destinati alla polvere.

– Sono ancora lì, disteso sull’asfalto. Tentano di rianimarmi. Sento come delle scosse, ma è come se fossero lontane, sempre più lontane. Ad un certo punto, non le sento più. Ma sento qualcos’altro. Il suono della mia moto. Che mi accompagna come musica che si infila nella testa. E non mi lascia più. Non mi lascerà più. Mai più. Per sempre con me. Per sempre mia. –

a Marco Simoncelli. 

Tony Musicco

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